Avete presente i tessuti patch work? Tanti pezzetti di stoffa diversi tra loro, originariamente di recupero da vestiti consunti, cuciti assieme a formare una trama geometrica dai differenti colori?
Provate a confrontare la forma del paesaggio rurale tradizionale della Sabina con un tessuto patch work, non si somigliano un po’? Io credo di si

e ho voluto sottoporre questo parere ai partecipanti all’escursione di lettura del paesaggio domenica scorsa a Casperia (RI). Mi pare mi abbiano dato ragione! :-)

Quasi sempre diamo per scontata questa fotografia a patch work del paesaggio delle nostre campagne, dimenticandoci che raffigura una caratteristica abbastanza peculiare dei paesaggi mediterranei europei della mezzadria o della piccola e media proprietà contadina, trovando in Italia la sua più ampia distribuzione e la sua gamma di manifestazioni più varia e articolata rispetto al resto d’Europa.

I tecnici chiamano queste forme del paesaggio con molti nomi: policolture, campi a pigola, paesaggi a mosaico, ecc.. Ogni “tessera del mosaico” corrisponde ad una parcella coltivata, le “tessere” del mosaico sono separate da siepiPANORAMICA perimetrali e anche, a volte, da strade o fossi di scolo. Questa trama, questo “scheletro”, arricchito da una punteggiatura di case rurali, chiese, piloni votivi, siti archeologici, borghi arroccati, ecc., forma un sinfonia di bellezza, della quale, noi che ci viviamo dentro, siamo forse i meno consapevoli, mentre da secoli è stata oggetto di meraviglia e ammirazione da parte di viaggiatori stranieri, dal Gran Tour in poi...

Dal punto di vista ecologico inoltre, questi paesaggi, così vari e ricchi di diversi habitat, hanno consegnato al nostro paese il primato assoluto di biodiversità in Europa ed è la biodiversità che fa dire a un naturalista come me, davanti ad un paesaggio a mosaico: “ che bello”!. Questo senso del bello però è amplificato dalla consapevolezza sulla storia e sulla genesi di questo paesaggio, che ci riporta al ruolo dei contadini e della loro cultura che è poi, profondamente, quella di tutti noi. Nulla di quest’opera mirabile è stato realizzato se non in secoli di lavoro contadino e tutto, di questo paesaggio bio culturale, racconta le pratiche, le fatiche e le tradizioni popolari più profonde.

Queste emozioni e conoscenze le abbiamo condivise domenica insieme a tanta allegria natalizia, che ci ha fatto dimenticare l’uggia cosmica di questa giornata, forse la più grigia e buia di tutto l’anno, però, per fortuna, senza pioggia.

uliveti e casperia2Ma veniamo alla passeggiata. Iniziamo dal borgo di Casperia, scendendo lungo una stradina di campagna che costeggia orti e uliveti abbandonati. Guardando in giù lo strapiombo è considerevole, non per niente Casperia, prima del 1947, si chiamava “Aspra”, proprio perché aspro, scosceso e inaccessibile è il monte su cui è stata edificata intorno all’anno 1000. Gli aspresi del medioevo, esasperati dalle scorrerie saracene e ungariche e stufi dell’inefficacia dei poteri centrali, nel caos dopo il crollo dell’impero carolingio, nel proteggere la popolazione rurale, decisero di “incastellarsi” costruendo la loro “Rocca” in alto sulla cima del Mons qui nominatur Aspra, e fortificando il sito tramite una prima cerchia di mura, ponendo l’embrione della comunità che è arrivata sino ad oggi.

Necessità di difesa, quindi, hanno inizialmente convinto gli aspresi, come innumerevoli piccole comunità rurali nel centro Italia, ad iniziare un processo di abbandono delle campagne più in basso, che erano state dominio delle villae e dell’ager dei Romani, per rifugiarsi sui poggi elevati e imprendibili, molti dei quali erano stati già occupati dagli antichi sabini e costruire i loro Castra.

Percorriamo in discesa questo dislivello, ricordandone la genesi geologica, risalente a 3-5 milioni di anni fa: i movimenti tettonici di lento sprofondamento dell’intera regione comprendente oggi la Valle del Tevere e che avvenne in concomitanza all’apertura del Mar Tirreno, che segnò per sempre le differenze di quota tra l’Appenino, l’Alta Sabina e le colline dette della Bassa Sabina o Sabina Tiberina. Oggi simili movimenti tettonici hanno provocato i recenti devastanti terremoti dell’area sismica dell’appennino centrale, così immaginiamo che sequenze infinite di tremendi terremoti, per fortuna prima che l’uomo comparisse sulla terra, devono aver fatto sprofondare il piano della campagna, lasciando sollevato in alto il monte dove sarebbe sorta Casperia, rispetto alla campagna circostante, che oggi si presenta con quel bel paesaggio a mosaico di cui si parlava all’inizio.

Mentre, lungo il sentiero, discendiamo il monte calcareo di Aspra, notiamo intorno a noi la vegetazione della macchia mediterranea. Si, l’”aria del mare” arriva fin qui, incanalandosi nella Valle del Tevere e sul suolo leggero e calcareo, riproduce le condizioni migliori per la foresta di leccio (Quercus ilex L.) e per l’olivo (Olea europaea L.). Nel medioevo i contadini, protetti dalle mura di Aspra, uscivano ogni giorno fuori dal castello per coltivare le terre su questi pendii scoscesi e gli ulivi abbandonati che vediamo oggi, ci suggeriscono che i loro progenitori devono aver continuato a coltivare in queste impossibili condizioni, fino a tempi relativamente recenti, per poi rassegnarsi e abbandonare questa vita grama per più agevoli modi di guadagnarsi da vivere.

All’ombra della macchia e degli olivi abbandonati incontriamo, sulla roccia nuda della rupe calcarea, affiorante lungo il sentiero, alcune piante note fin da tempi remoti ai contadini del luogo, come l’ombelico di Venere (Umbilicus rupestris Salisb.), una pianta dalle foglie un po’ grasse, a forma di ombrellino, verdi lucide, buone in insalata e utilizzate in passato per fare cataplasmi contro le ustioni, o la cedracca, (Ceterach officinarum Wild.) una felce tipica di questi ambienti, pianta velenosa dalle proprietà diuretiche. La conoscenza delle piante spontanee era un tratto caratteristico della cultura contadina tradizionale e un segno del profondo contatto di questi uomini con la natura. Si cominciano a vedere anche le foglie del macerone (Smyrnium olusatrum L.) il “sedano dei romani” apprezzato dagli antichi per il suo sapore amarognolo e per le proprietà digestive, poi soppiantato nel XVI – XVII sec. dalla domesticazione del sedano a coste.

Chiacchierando allegramente di piante e usi tradizionali e attuali e ricordando il nome di alberi e erbe della macchia mediterranea, arriviamo alla base della rupe di Aspra dove iniziano le dolci curve delle colline più basse sotto il paese. Qui il suolo cambia, si è formato su un substrato roccioso terrigeno e non da roccia calcarea nuda, in pratica la roccia madre si è formata da sedimenti depositati quando qui c’era... il mare! Infatti, è proprio così! Lo sprofondamento tettonico di cui si parlava poc’anzi, sempre in quell’arco temporale di 5-3 milioni d’anni fa, ha provocato l’ingresso del mare, tanto che, quella che sarebbe diventata la rupe di Aspra, a quel tempo si affacciava come una falesia a picco sul mare. In quell' antico bacino marino, i fiumi e torrenti discendenti dai monti sabini, hanno scaricato i sedimenti derivanti dallo smantellamento ed erosione delle rocce e dei suoli sulle montagne, questi, accumulati per milioni di anni sul fondo dell’antico mare, hanno dato origine a rocce sedimentarie e queste ultime, dopo il ritiro delle acque, ai suoli delle colline sotto Casperia.

Suoli di tale origine sono diversi da quelli sulla rupe calcarea: sono più profondi, grassi e a tratti argillosi e così è diversa la vegetazione. E’ sempre amante dei climi caldi, o in termini botanici, termofila, però meno francamente mediterranea, così, al posto del leccio, la quercia mediterranea per eccellenza, il “padrone di casa” qui diventa il cerro (Quercus cerris L.), insieme alla roverella (Quercus pubescens Wild.). Ce ne sono esemplari sparsi a centinaia in mezzo agli ulivi o lungo le strade e moltissimi sono pluridecennali o anche secolari.

 

QUERCIA ISOLATA

Ci fa piacere siano rimasti: le querce servivano a segnare i confini dei campi, oppure erano mantenute in mezzo ad altri coltivi o a pascoli, perché erano un riserva di ghiande per i maiali, dei quali all’incirca ogni famiglia contadina era provvista per proprio consumo, o ne venivano usate le foglie secche come lettiera per la stalla, fornivano ombra al bestiame al pascolo e anche al riposo del contadino ed erano un riserva comoda e accessibile di legna da ardere. La loro presenza andava però oltre l’utilità: la loro maestosità era oggetto di un rispetto e di un affetto che si avvicinavano alla venerazione, si imprimeva nella memoria collettiva e spesso querce secolari isolate erano mantenute lungo percorsi devozionali o sedi di luoghi di culto popolare. Nelle zone agricole “turbo sviluppate” di oggi, vengono regolamente tagliate perché scomode per le lavorazioni meccaniche!

Al termine della discesa, ecco un primo casale storico degno di nota: un antica casa rurale a corte con Torre colombaia, la presenza della torre colombaia è indizio di classe padronale, era infatti presente nei casali di proprietari terrieri. Sulla Carta IGM degli anni trenta compare nelle vicinanze il toponimo “Palombara”, indice che probabilmente qui di torri colombaie ce n’erano più d’una, oppure che questa fosse zona di caccia ai colombi. Il colombo era elemento importante dell’economia contadina tradizionale: forniva carne con buona disponibilità, ma soprattutto forniva concime. La piccola agricoltura dei mezzadri e dei coloni non contava su grandi numeri di bestiame, quindi il letame scarseggiava, sin da tempi antichi quindi il guano dei colombi era utilizzato come concime ed anche apprezzato in questo senso.

GRUPPO1bis

Riprendiamo il cammino sulle stradine comunali, il paesaggio a mosaico si dispiega e noi ci siamo dentro. Prevale l’ulivo, ma qui e là in mezzo agli uliveti incontriamo meli, fichi, peschi, mandorli, gelsi, filari di vite. E’ ciò che rimane di una diversità di colture che doveva essere ben maggiore un tempo. I dati del consorzio dei produttori olivicoli, ci dicono che, negli anni ‘40, solo il 30% della superficie agraria di Casperia era destinata a uliveti, il resto erano canapai, campi di lino, frutteti, vigne, prati, campi di grano, legumi e altri cereali. Oggi l’olio DOP Sabina “tira” e orienta le scelte dei pochi agricoltori rimasti verso l’impianto di nuovi uliveti, per vendere l’olio sul mercato; ieri i contadini dovevano estrarre dal loro campo tutto ciò che serviva per la casa e per dar da mangiare alle loro famiglie, anche numerose, considerando che metà del raccolto andava al padrone del terreno e del casale come affitto in natura. Erano i mezzadri e la loro fatica nei campi era rivolta all’autoconsumo principalmente, per cui la diversità era il loro valore, quei pochi ettari, 8 o 10 in media, di cui disponevano erano un sistema “chiuso”, che non produceva ne rifiuti ne inquinamento, perché tutto era riutilizzato e tutte le materie prime erano prelevate sul posto.

Un esempio emblematico di materia prima locale, che abbiamo incontrato oggi sul nostro cammino: le canne domestiche (Arundo donax L.). Vediamo siepi di questa pianta, arcinota a tutti, nei fondovalli e nei luoghi freschi dove lei preferisce vegetare in natura. Le siepi (di canne ma anche di altri arbusti) bordavano tutti i piccoli appezzamenti di colture dei mezzadri e questo, intanto, per segnare i confini di pertinenza e per impedire il pascolo “abusivo” del bestiame e le siepi di canna domestica, erano anche siepi frangivento, poi erano riserve di materiale per costruire palizzate e graticciati, tettoie rustiche, recinzioni per gli orti, stuoie, canne da pesca, bastoni da passeggio, cestini, tutori per le viti e oggetti per mille altre operazioni agricole e artigianali.

Tra sali e scendi, arriviamo a S. Maria in Legarano, luogo più antico ancora della stessa Casperia, dove sorgeva una villa romana, di cui vediamo i resti di un muro perimetrale. Forse appartenuta ad un personaggio romano di nome Ligarius, dal quale deriverebbe il nome della località. La villa, nel medioevo, fu usata come cava di materiale per costruirvi una chiesa e un castello, la chiesa che vediamo oggi è frutto di rifacimenti di varie epoche, mentre il castello fu distrutto nel ‘300 e sui suoi ruderi sorse un convento di Frati Colombini. La chiesa fu per vari secoli la parrocchiale di Aspra nonostante i 3 km di distanza dal borgo, sulla via che vi conduce, via S. Maria, incontriamo diverse cappelle votive, come in un percorso devozionale, che ci dà la misura della sua centralità per la comunità e per il conforto spirituale di contadini e pastori transumanti.

SAMARITANATroviamo anche la fontana più antica di Aspra/Casperia, la fontana della Samaritana, affrescata con un’opera di un’artista locale che raffigura Cristo e la Samaritana stessa.
Anche questo luogo è emblematico per Aspra: nel primo medioevo la disponibilità di sorgenti e di un luogo arroccato su cui costruire una rocca erano le precondizioni di base per l'incastellamento e naturalmente è stato così anche per Aspra. Oggi ammiriamo la sobrietà e l’armonia di questa fontana, nata dall’architettura spontanea dei contadini del passato, per dare un tocco di spiritualità a un gesto quotidiano, quello di abbeverarsi, che unificava tutto il popolo contadino, in un luogo che era anche luogo di incontro, di conversazione , di lavaggio dei panni e di riflessione spirituale.

Infine raggiungiamo e visitiamo il borgo fortificato di Casperia/Aspra. Chiudiamo il cerchio di questo racconto del paesaggio con le possenti mura a doppia cortina che ancora oggi, tutto sommato ben conservate, testimoniano come Aspra fosse un castello tra i meglio difesi del medioevo avendo subito pochissimi tentativi di assedio, ciò fece di quella asprese una comunità orgogliosa e dallo spirito indipendente e la compattezza del suo splendido borgo di pietra con forma “a cipolla” cioè con la rocca al centro e le case disposte ad anelli concentrici verso il basso fino alle mura di cinta, sembrano confermarcelo.

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